FAQs - Informazioni sulle sostanze
- EROINA
- Nel 1803 F. W. Adam Serturner un farmacista tedesco estrasse dall’oppio una polvere bianca, inodore, insipida, cristallina e solubile solo in alcol. Egli la battezzò “ narcotina”, che sarebbe stata successivamente chiamata morfina in onore del dio Morfeo.
Nel 1874 Thomas Wright facendo reagire la morfina con l’anidride dell’acido acetico, ottenne la diacetilmorfina la cui produzione industriale fu iniziata dal chimico Heinrich Dreiser della Bayer nel 1898, col nome di eroina ,che divenne in breve tempo una delle sostanze più abusate nel mondo. L’attività psicotropa che maggiormente contribuisce al potenziale d’abuso dell’eroina è la forte euforia. L’assunzione causa, infatti, un’intensa sensazione di piacere, spesso descritta come un orgasmo sessuale. La molecola causa massiccio rilascio di istamina ed il suo uso provoca prurito intenso e generalizzato. Nel caso di overdose si manifestano importanti segni di cui i principali sono: depressione respiratoria, bradicardia, sonnolenza, che può evolvere in stupore e coma, apnea,collasso cardio-circolatorio, edema polmonare, arresto cardiaco e morte.
L’uso di eroina può rappresentare per alcuni soggetti una “ automedicazione” in grado di contrastare prontamente e facilmente i propri disagi psicologici ed adattivi. Questa teoria è suffragata dall’evidenza che una grande percentuale di eroinomani presenta delle malattie psichiatriche associate come la depressione, l’ansia ed alcuni disturbi della personalità ( il più frequente è l’antisociale). Nel trattamento della dipendenza da oppiacei va quindi dato ampio spazio alla diagnosi di tutti i disturbi di natura psichiatrica, tenuto altresì conto che un’alta percentuale di soggetti dipendenti da eroina abusano anche di altre sostanze come benzodiazepine, alcol, cocaina o marijuana.
La dipendenza da oppiacei è una malattia cronica, multifattoriale, recidivante ad eziopatogenesi sconosciuta ( DSM-IV R). La dipendenza si caratterizzerebbe come un disturbo comportamentale di tipo compulsivo al cui sviluppo contribuirebbero oltre le proprietà psicoattive del farmaco d’abuso, anche i fattori genetici, individuali e il contesto sociale in cui la dipendenza si è sviluppata. E’ caratterizzata dall’uso compulsivo della sostanza malgrado le conseguenze negative che il suo uso comporta per l’individuo.
La dipendenza da eroina spesso favorisce lo sviluppo di molte patologie internistiche di natura infettivologica ( HIV, epatiti, endocarditi,ecc.) ed è associata spesso a problemi di natura sociale e delinquenziale.
La dipendenza è accompagnata da “tolleranza”, che agli oppiacei si sviluppa piuttosto rapidamente ed è prevalentemente di tipo farmacodinamico. La rapidità dello sviluppo della tolleranza dipende dalla frequenza di somministrazione e dalla dose assunta. La sindrome d’astinenza compare quando un soggetto che usa oppiacei regolarmente ne sospende bruscamente la somministrazione.
I segni e i sintomi dell’astinenza consistono in tachicardia, ipertensione, midriasi, irritabilità, insonnia, forte craving verso la sostanza, nausea, vomito, diarrea, rinorrea, lacrimazione… I sintomi in genere compaiono dopo circa 4-6 ore dopo l’ultimo uso, hanno un picco d’intensità dopo circa 24- 48 ore e possono perdurare anche per 7 giorni. Una fase protratta di astinenza con sintomi che comprendono modificazioni della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della respirazione, possono persistere per mesi. I sintomi più persistenti sono agitazione, irritabilità, difficoltà a concentrarsi e disturbi del sonno. Questi segni, in ex tossicodipendenti non trattati possono durare a lungo nel tempo dopo la cessazione dell’uso di eroina e possono contribuire al persistere del craving e alla ricaduta nell’uso.
E’ possibile bloccare attraverso la somministrazione di farmaci sintomatici molti dei sintomi dell’astinenza mentre è sicuramente più complesso contrastare farmacologicamente il craving cioè il forte desiderio del soggetto di assumere la sostanza.
La dipendenza è caratterizzata dalla presenza di almeno 3 delle 7 sottoelencate condizioni:
• La tolleranza cioè la necessità di usare quantità sempre maggiori di sostanza per ottenere gli stessi effetti
• L’astinenza alla brusca sospensione dell’uso.
• L’uso della sostanza in quantità maggiori o per periodi più prolungati rispetto a quanto programmato dal soggetto.
• Il desiderio persistente o il tentativo infruttuoso del paziente di ridurre o controllare l’uso.
• La spesa da parte del paziente di una grande quantità di tempo in attività necessarie per procurarsi la sostanza, assumerla e riprendersi dai suoi effetti.
• L’interruzione o la riduzione da parte del soggetto di importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza.
• L’uso continuativo della sostanza nonostante la consapevolezza di avere un problema persistente o ricorrente di natura fisica o psicologica, verosimilmente causato o esacerbato dalla sostanza.
Da quanto specificato dal DSM-IV R emerge, perciò che lo stato di tossicodipendenza è un disturbo comportamentale caratterizzato dall’uso compulsivo della sostanza, dalla comparsa della tolleranza e/o dall’astinenza e dalla perdita, da parte del soggetto,del controllo dell’uso della sostanza. Se nell’individuo prevalgono la tolleranza e l’astinenza, la dipendenza sarà prevalentemente fisica, altrimenti questa sarà psichica.
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- METADONE
- Subito dopo la II guerra mondiale, negli Stati Uniti comparvero le prime cure contro l’eroinismo. E’ infatti del 1947 il primo documento ufficiale scientifico sull’uso del metadone per il trattamento dell’eroinodipendenza. Il metadone era una sostanza sintetizzata a scopi analgesici dai chimici tedeschi durante la guerra. E’ un oppiaceo di sintesi che assunto per via orale ( sotto forma di sciroppo) è utilizzato come un sostituto dell’eroina in quanto presenta proprietà farmacologiche simili a quelle della morfina.
Il trattamento con metadone richiederebbe numerosi monitoraggi clinici, somministrazione quotidiana, particolare cautela nell’affidamento al paziente ( in quanto si presenta l’alto rischio che non sia assunto dal soggetto e sia da questi ceduto ad altri). Il metadone ha lunga emivita e ha tendenza ad accumularsi nei tessuti, ragion per cui la sindrome d’astinenza conseguente alla sospensione del farmaco (anche al termine di uno scalare programmato) risulta più protratta nel tempo e più fastidiosa ( anche se d’intensità meno grave) rispetto a quella causata dall’eroina. Si tenga inoltre presente che l’aumento progressivo della posologia porta allo sviluppo di una tolleranza degli effetti narcotici del metadone. Usato da pazienti in gravidanza causa la comparsa al bambino, nel momento della nascita, di una sindrome d’astinenza. Risulta inoltre vero che parecchi soggetti in trattamento con metadone continuano ad usare droghe e a commettere crimini, infatti purtroppo spesso la somministrazione di metadone non si rivela uno strumento utile. Se durante l’uso di questo farmaco si aggiunge l’uso di eroina, gran parte degli effetti positivi svanisce e la situazione facilmente peggiora.
La doppia dipendenza crea una situazione fisiologica molto difficile, le carenze di metadone ed eroina sono lunghe e dolorose, inoltre la recidiva alla sospensione del metadone, anche concordata, è molto frequente. Studi ( Ball, Ross, 1991) dimostrano che solo il 19% rimane astinente dopo un anno dalla sospensione della terapia.
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- LA BUPRENORFINA O SUBUTEX
- E’ un oppiaceo semisintetico agonista parziale dei recettori degli oppiacei ed un K antagonista, che è stato introdotto in clinica alcuni decenni fa come analgesico. Anche la buprenorfina presenta uno spettro di attività molto simile a quello della morfina ed è quindi un sostituto dell’eroina. I segni ed i sintomi che seguono alla sospensione della buprenorfina sono qualitativamente simili, ma meno severi, rispetto all’astinenza da eroina o metadone. La sintomatologia astinenziale comincia a manifestarsi dopo 24 – 72 ore dall’ultima dose, raggiunge un massimo tra il terzo e il quinto giorno e si riduce progressivamente nell’arco di 10 giorni ma, per trattamenti prolungati i sintomi astinenziali possono raggiungere il massimo d’intensità anche tra il quinto e il quattordicesimo giorno. Per un eventuale passaggio da buprenorfina a naltrexone bisogna attendere 4-5 giorni dall’ultima dose assunta. L’assunzione di eroina in corso di terapia con buprenorfina può scatenare una sindrome d’astinenza.
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- IL NALTREXONE O ANTAXONE
- E’ un composto di sintesi antagonista competitivo dei recettori degli oppioidi entrato negli USA nel 1985 nella pratica clinica per il trattamento della dipendenza degli oppiacei. La sua efficacia si basa sulla capacità di blocco dei recettori e quindi sull’impossibilità della droga di indurre una risposta. Il farmaco ha cioè la capacità di contrastare gli effetti dell’eroina compresi quelli gratificanti. La molecola ha lunga durata d’azione e può essere somministrata anche solo tre volte la settimana. Purtroppo è caratterizzato da un elevato grado di tossicità epatica e dalla sua incapacità di bloccare il craving, non è in grado di sopprimere nessuno dei segni dell’astinenza da eroina, anzi, il suo uso è assolutamente previsto solo in assenza di quest’ultima. Nei pazienti dipendenti da oppiacei, non astinenti, la somministrazione di naltrexone può scatenare una sindrome d’astinenza. Se un paziente tenta di superare il blocco dei recettori indotto dal farmaco, usando dosi sempre crescenti di eroina può rischiare l’overdose.
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- COCAINA
- E’ un alcaloide presente nelle foglie delle piante di coca. Diverse sono le modalità di assunzione che comprendono quella inalatoria per via nasale, per via endovenosa spesso insieme all’eroina (“speedball”), oppure fumata (“crack”). La cocaina si trova nel mercato illecito in due forme: Il cloridrato , che ha l’aspetto di una polvere bianca ed ha sapore amaro, e la base libera che si presenta sotto forma di scaglie o tavolette di varia forma e dimensione e di colore dal bianco sporco al marrone. Il cloridrato può essere sciolto in acqua e iniettato in vena. La base libera normalmente viene fumata. L’assunzione di cocaina è seguita da un profondo senso di benessere ed euforia, dall’aumento delle attività mentali, con diminuzione del senso di fatica e di fame. Gli effetti della cocaina si manifestano quasi subito dopo il suo uso e possono durare da alcuni minuti a poche ore. Più veloce è l’assorbimento nel sangue ( come nel caso di iniezione in vena o inalazione del fumo), più intenso è l’effetto e più breve la sua durata. Normalmente le sensazioni di benessere provocate variano dai trenta minuti (per l’inalazione) ai cinque, dieci minuti (per il fumo).
La cocaina produce aumento della fiducia in sé, riduzione delle inibizioni sociali , che preludono a labilità affettiva, insonnia, tendenza a comportamenti violenti. Aumentando la dose o con usi protratti, la sindrome euforica può evolvere in sindrome disforica con ansia, melanconia, apatia, incapacità di concentrazione, anoressia, incontrollabile desiderio della sostanza (craving). Durante il periodo di astinenza dall’uso il ricordo dell’euforia associata al consumo può causare desiderio incontrollabile di riassumerla anche dopo lunghi periodi di non uso. L’abuso cronico o alte dosi possono far insorgere psicosi con delirio di persecuzione, accompagnato da allucinazioni visive, uditive e olfattive. L’uso continuo di cocaina crea una considerevole tolleranza. Ciò significa che chi la assume ha bisogno di dosi sempre maggiori e frequenti per ottenere lo stesso effetto. Molti tossicodipendenti riferiscono di non riuscire a provare le stesse sensazioni di piacere dopo un uso continuato. Oltre alla psicotossicità l’abuso protratto causa lesioni organiche e funzionali a carico degli apparati cardiovascolare e neurologico, oltre che a organi quali il fegato e le mucose. I consumatori possono provare tremori, vertigini, spasmi muscolari, paranoia e reazioni tossiche simili a quelle dell’intossicazione da anfetamina. Tra gli effetti negativi a breve termine si segnala la riduzione della percezione del rischio che può originare comportamenti pericolosi sia per il consumatore stesso, che per altri (esempio guida pericolosa). A lungo termine la cocaina provoca una forte assuefazione perché è molto difficile controllarla e limitarne l’uso. Si ritiene che la dipendenza da questa sostanza e i suoi effetti stimolanti siano il risultato della sua capacità di impedire l’assorbimento della dopamina da parte delle cellule nervose e di provocarne un accumulo nell’organismo. La cocaina, considerata fino a qualche anno fa una droga d’elite è oggi diffusa tra tutti i ceti ed a tutte le età. E’ uno stimolante molto potente che ha effetto direttamente sul cervello per cui, presa da sola, o assunta insieme ad altre droghe, è comunque pericolosissima. Per morirne non c’è bisogno di un’overdose : può essere fatale indipendentemente dalla quantità assunta, perché può provocare improvvisi infarti, ictus, arresti cardiaci, edemi polmonari. I decessi per cocaina sono provocati generalmente da arresto cardiaco o da convulsioni causate dal blocco respiratorio.
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- CRACK
- E’ in nome in gergo che viene dato ai cristalli di cocaina ( base libera). Il nome deriva dal rumore che fa la sostanza quando viene bruciata. Il suo effetto è violentissimo e brevissimo, produce forte euforia in meno di dieci secondi e causa una quasi immediata dipendenza che porta l’assuntore a voler ripetere compulsivamente l’uso.
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- CANNABIS
- E’ il nome botanico della canapa indiana, le cui foglie essiccate costituiscono la marijuana. Nelle foglie e nelle infiorescenze si trova il suo principio attivo, che produce effetti sul sistema nervoso : il Delta 9 tetraidrocannabinolo, detto THC, i cui effetti possono essere sia stimolanti, sia depressivi. In farmacologia il THC è classificato come un allucinogeno psichedelico. Sul mercato illecito si trovano tre tipi di droghe che derivano dalla cannabis: marijuana, hashish e olio di hashish. Il modo comune di usare la cannabis è quello di fumarla come una sigaretta “spinello” o in una pipa “cylum”. Lo spinello è per molti ragazzi l’ingresso nel mondo delle droghe e l’incitamento dei coetanei è la causa più diffusa per la quale si inizia. Si fuma volentieri per entrare a far parte del gruppo. L’hashish è la resina marrone che si ottiene tagliando le cime della cannabis. Il lattice viene raccolto essiccato e pressato in pani. Il suo tasso di THC è più forte di quello della marijuana. L’olio di hashish è una soluzione liquida ottenuta distillando con un solvente le foglie di cannabis macinate. In questo caso il tasso di THC presente è molto elevato, circa dal 30 al 90%.
In genere dopo aver fumato il consumatore è più animato e scoppia a ridere senza motivo apparente, segue poi un periodo di sonnolenza. Gli occhi si arrossano, il battito cardiaco e il polso si accelerano, bocca e gola si seccano. I sensi si possono alterare. L’atteggiamento mentale del fumatore è cruciale: uno si sente rilassato, uno diventa loquace, un terzo disorientato, colmo di rapide sensazioni fluttuanti e pensieri spiacevoli, un quarto può diventare come uno zombie. Dosi forti provocano distorsioni delle immagini, perdita di identità, deliri e allucinazioni. La droga può alterare o ridurre la memoria, la capacità di eseguire lavori che richiedono concentrazione e riflessi pronti , distorcere la percezione del tempo , dello spazio e della profondità, oltre a causare cattivo coordinamento motorio che ritarda le reazioni, quindi guidare l’auto da “ fumati” è estremamente pericoloso per sé e per gli altri, soprattutto se il fumo è combinato , come spesso avviene, con l’alcol.
E’ purtroppo molto comune la convinzione che la cannabis non provochi danni all’organismo, invece la ricerca medica fornisce dei dati che i consumatori abituali di “erba” non amano ascoltare. Il fumo di uno spinello danneggia i tessuti polmonari all’incirca quanto sedici sigarette. Il THC viene assorbito dai tessuti grassi di molti organi come fegato, polmoni, apparato riproduttivo, cervello e siccome non è rapidamente assimilato dall’organismo, la sua tossicità diventa cumulativa. L’uso di THC accelera il battito cardiaco, possono sopravvenire dolori toracici e aumentano le possibilità di attacchi di cuore. L’uso cronico della cannabis può inoltre avere un effetto che i medici chiamano “sindrome amotivazionale”: la persona diventa opaca, distratta, lenta nei movimenti. Questo vuol dire che si è giunti ad una forma di dipendenza psichica che appare incredibile a tutte quelle persone che continuano a voler ritenere la cannabis una sostanza più “leggera” del tabacco. Tolleranza e dipendenza fisica si sviluppano nei consumatori abituali. Quantità sempre maggiori devono essere assunte per ottenere gli effetti psicoattivi desiderati e la sospensione dell’assunzione è seguita da sindrome d’astinenza caratterizzata da disturbi del sonno, irritabilità, perdita dell’appetito, ansia, sudorazione e disturbi gastrici. La dipendenza psichica si manifesta in desiderio (craving) persistente per gli effetti psichici della cannabis che acquista un ruolo centrale nella vita tanto che la sua mancanza causa ansia e talvolta senso di panico. E’ inoltre ormai certo che la cannabis apre davvero la strada al consumo di droghe più pesanti. A stabilirlo sono due studi pubblicati sulla rivista “ Science”. Il primo dimostra che il THC provoca nel cervello cambiamenti chimici simili a quelli causati da altre droghe, aprendo una serratura decisiva che rende il cervello più vulnerabile alle sostanze stupefacenti più pesanti. Nel secondo gli scienziati hanno notato che il THC aumenta il livello di dopamina in una regione del sistema libico, area che rinforza il fenomeno della dipendenza da eroina, cocaina e anfetamine. Inoltre uno studio scientifico condotto in Svezia, Olanda e Nuova Zelanda conferma che l’uso di spinelli tra gli adolescenti può determinare tre patologie: schizofrenia, depressione e ansia. La comparsa dei sintomi può avvenire anche dopo dieci anni, intorno ai 26-27 anni, con effetti più evidenti di schizofrenia nei soggetti che avevano iniziato a fumare spinelli all’età di 15 anni. Ad analoga conclusione sono giunti gli studi fatti a Victoria, in Australia, stabilendo una correlazione tra uso di cannabis in età adolescenziale e l’insorgere di sintomi depressivi ed ansietà in età adulta. “ Si è dimostrato che non si cerca la cannabis perché si è depressi o ansiosi, ma si diventa depressi o ansiosi perché si usa la cannabis”. Questo è il commento del prof. Silvio Garattini , farmacologo, il quale sottolinea che la cannabis è responsabile della comparsa di psicosi o dell’aggravarsi dei suoi sintomi. C’è poi l’aspetto degli attacchi di panico : “queste sostanze possono provocare nel 20 – 30 % dei giovani fumatori crisi di panico associate a fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione” afferma il prof. Sorrentino, neurologo, aggiungendo che soprattutto in giovane età l’abuso di cannabinoidi può sensibilmente interferire con il rendimento scolastico: “ tale droga ostacola l’azione dell’acetilcolina, che è il carburante della memoria : viene compresso il livello dell’attenzione e della concentrazione”.
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- ECSTASY
- E’ un prodotto di esclusiva sintesi chimica; la forma pura, chiamata MDMA viene abitualmente miscelata con anfetamine in una sola pasticca. Frequente l’abuso contemporaneo con alcool. Già alle dosi minime provoca sete anomala, rialzo della temperatura, conati di vomito, allucinazioni, sensazioni di onnipotenza. Il soggetto si sente in grado di ballare all’infinito, senza più accusare alcuna fatica. Naturalmente è un’illusione. Proprio la fatica non percepita, l’eccessiva sudorazione e il caldo possono portare alle complicazioni più gravi : collasso cardiocircolatorio, ictus che spesso degenera in coma o in danni cerebrali permanenti, morte per disidratazione, ipertermia, occlusione delle arterie causata da eccessiva ritenzione di liquidi ( quando si beve troppo per contrastare la sete anomala). Effetti specifici sui vari organi: cuore e polmoni: aumento e sbalzi della pressione sanguigna, tachicardia, respirazione difficoltosa per eccessiva concentrazione di ossigeno nei polmoni. Fegato e reni: scompensi per l’accumulo di sostanze chimiche e eccessiva ritenzione dei liquidi. Cervello: l’Ecstasy danneggia alcune cellule situate nel tronco cerebrale che rilasciano la serotonina, importante neurotrasmettitore legato alla modulazione del sonno, dell’attività sessuale e del comportamento in genere. Inoltre colpisce gli assoni, i “fili” che trasmettono gli impulsi nervosi fino al midollo spinale. In altre parole l’ecstasy sconvolge il sistema delle comunicazioni interne del cervello. Il consumo cronico produce ansia, depressione e spersonalizzazione. La memoria, specie quella cosiddetta recente, risulta compromessa per la strage di neuroni serotoninergici che avviene nel cervello: inoltre specifici test proprio sulla memoria hanno riscontrato fino a forme di demenza precoce, con riproduzione di parte dei danni osservati in pazienti colpiti da morbo di Alzheimer.
Altre pericolosissime sostanze sintetiche della stessa “famiglia” sono Cobrett ( o “ cobra”), Ketamina, un potente anestetico ad uso veterinario che produce dissociazione e Shaboo un eccitante così potente da fornire per circa 24 – 36 ore una eccezionale instancabilità. Dopo c’è il crollo totale. Tutte sostanze pericolose perché, anche a dosaggi lievi, il 7 – 10% dei consumatori è vittima di disturbi psicotici gravi.
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